L’arte ha da sempre avuto il potere di suscitare emozioni forti e contrastanti. Tra queste, il disgusto emerge come una reazione particolarmente interessante e complessa. Sebbene possa sembrare un sentimento negativo, il disgusto nell’arte può servire a scopi profondi e significativi, sfidando le convenzioni e invitando i fruitori alla riflessione.
Chiunque sa cosa sia il disgusto: da un punto di vista psicologico viene definito una delle sei emozioni primarie universalmente riconosciuta, provata da ogni individuo almeno una volta nella vita, anche se a intensità differenti e per altrettanti diversi motivi.
Tuttavia, non mi trovo qui per dare un approfondimento scientifico, bensì voglio trasportarvi nel mondo dell’arte, specialmente quella contemporanea, in cui si è tentata la realizzazione del disgusto quasi fosse una sfida tra artista e spettatori; nel campo dell’estetica si forgia questo concetto come fenomeno artistico, inizialmente da evitare ma a oggi parte integrante di moltissime opere.
Il critico d’arte Jean Clair si interroga sulla presenza del disgustoso nell’arte contemporanea e registra che «mai l’opera d’arte è stata così cinica e ha così amato sfiorare la scatologia, la lordura e l’oscenità. Non è difficile, infatti, trovare esempi di opere d’arte, siano esse visive o letterarie, che costringono il fruitore a fare i conti con materiali disgustosi e immagini ributtanti. Da Diane Arbus a Hermann Nitsch, da Cindy Sherman sino a Damien Hirst, sono numerosi gli esempi di opere che, in maniera differente, possono essere e sono state ricondotte al disgusto. Questa massiccia presenza di elementi disgustosi nelle opere d’arte, quali cadaveri, materie organiche di scarto e secrezioni, chiama l’estetica e la filosofia dell’arte a rendere conto di un movimento che investe la società stessa. Se, infatti, con Freud , si vuole intendere l’arte come la rappresentazione più elevata di quel processo di addomesticamento delle pulsioni e degli istinti, in sintesi del processo di civilizzazione, viene da chiedersi come leggere questa paradossale presenza di ciò che ha carattere corporeo, istintuale e pulsionale nel prodotto della più alta forma di civilizzazione, di educazione e di cultura, ossia nell’opera d’arte.
Ciò che proverò a sostenere è l’idea che il disgusto continui a costituire un limite per la rappresentazione artistica e che la presenza del disgustoso in arte può essere letta attraverso la nozione freudiana di tabù. L’indulgere della creazione artistica nel disgustoso, infatti, non farebbe altro che confermare il fatto che soltanto ciò che viene addomesticato; dunque, ciò che non suscita un autentico disgusto, può essere assimilato dall’arte. Il disgusto autentico rimane invece tabù in quanto indica l’assolutamente altro, l’inassimilabile, un’animalità non addomesticabile estranea al processo di civilizzazione. È del resto quanto già l’estetica classica aveva mostrato e che oggi può essere riletto in termini freudiani.
Si allinea col pensiero freudiano anche l’orientamento filosofico, per il quale, in principio, il disgusto non era propriamente parte dell’ambito estetico: infatti pensatori come Moses Mendelssohn lo indicano come ciò che non doveva assolutamente essere rappresentato. Era opposto al bello, limite dell’estetico stesso, e non si trattava solo di ripugnanza strutturale di un’opera, ma anche etica. Nel disgusto risiedeva la malvagità, l’immoralità, perciò proprio per questo motivo doveva essere considerato confine di questa disciplina, una barriera da non oltrepassare.
In realtà il disgusto, in particolare in epoca moderna è stato un utile strumento espressivo.
Artisti di diverse epoche e movimenti hanno utilizzato il disgusto come strumento per comunicare messaggi potenti. Pensiamo, ad esempio, alle opere di artisti contemporanei come Damien Hirst, le cui installazioni spesso includono elementi provocatori, come animali imbalsamati o materiali organici. Queste opere non solo suscitano una reazione di repulsione, ma invitano anche a riflettere sulla vita, la morte e il valore dell’arte stessa.
La Millie Brown che vomita la propria arte sulla tela creando fantasiosi pattern colorati molto simili ad un dipinto ad acquerelli; certamente può sembrare disgustoso, ma altrettanto interessante se si considera la preparazione rigida antecedente alla creazione e soprattutto il concetto racchiuso nel suo modo di esprimersi.
Per quanto riguarda il primo punto, è bene sottolineare che la giovane inglese non vomita i suoi pasti quotidiani, anzi, si sottopone ad un rigido regime alimentare almeno tre giorni prima rispetto alla realizzazione dell’opera. Al momento della performance beve un bicchiere di latte alterato con coloranti alimentari ed ecco che inizia la prima ondata colorata, a seguire il bicchiere successivo e quello dopo ancora finché la tela non è completa.
Certamente, la sua arte viene prodotta a discapito della sua salute, lei stessa ne è consapevole parlando in un’intervista con la famosa rivista The Guardian: “Ho iniziato a soffrire di emicrania” – oltre che aver dichiarato di necessitare di un mese di pausa tra una performance e l’altra.
Millie, però, vuole che le persone si soffermino a riflettere e apprezzare il messaggio dietro il suo operato: sempre nella stessa intervista afferma: “Volevo usare il mio corpo per creare arte, […] Desideravo che provenisse veramente da dentro, creare qualcosa di bellissimo che fosse crudo, incontrollabile.” Possiamo dire che ci è riuscita, indipendentemente dal pensiero favorevole o contrario di critici e opinione pubblica.
Ma facciamo ancora un balzo verso il 1973, quando Gina Pane, body artist francese, mette in scena l’Azione Sentimentale. In questa performance carica di simbolismo l’artista ha con sé due mazzi di rose bianche e rosse , lentamente inizia a conficcarsi nel braccio sinistro le spine dei fiori autoinfliggendosi delle ferite sanguinolente agli arti superiori. La Pane, infatti, è un’artista molto influente all’interno del panorama artistico-femminile del Novecento e proprio in questo contesto vuole dar voce alle donne ribellandosi concettualmente a un ideale di estetica femminile imposto. Le ferite autoinflitte non sono altro che un mezzo per risvegliare le coscienze del pubblico, aspetto necessario e fondamentale per le sue performance, inserendo anche una sfumatura di religiosità tipica della sua arte definita da lei stessa ‘sacra’.
Per arrivare anche ad Andy Warhol, padre della pop art e tendenzialmente riconosciuto per il quadro ‘Dittico di Marilyn’. Mai mi sarei aspettato che esistessero tele contenenti liquidi corporei di artisti e invece a oggi possiamo assistere alla serie “Cum Paintings” e “Piss Paintings” dove Warhol ci ha ‘deliziati’ immortalando nella tela le sue sostanze. Aldilà del fatto che alcune di queste sono state comprate ad una cifra non indifferente per quanto possa risultare assurdo alla maggior parte delle persone, ci troviamo di fronte ad una situazione in cui sembra molto difficile poter superare la sensazione di disgusto. Tuttavia, è un ostacolo necessario da abbattere per poter entrare nella mente del creatore, dove la chiave di interpretazione di questa serie di quadri può essere ritrovata nella sperimentazione, un processo essenziale dell’arte contemporanea che non è creata per durare nel tempo ma per essere apprezzata sul momento.
Il disgusto nell’arte ci costringe a riconsiderare il confine tra bellezza e bruttezza. Molti artisti, come Francis Bacon, hanno esplorato la deformità e la sofferenza, creando opere che, sebbene possano risultare disturbanti, offrono una visione profonda della condizione umana. In questo senso, il disgusto diventa un mezzo per esplorare temi complessi come la vulnerabilità, la malattia e la morte.
Il disgusto può anche riflettere le norme culturali e sociali. Opere che affrontano temi come la violenza, la povertà o l’ingiustizia possono suscitare una reazione di disgusto, ma è proprio questa reazione che può stimolare il dibattito e la consapevolezza. Artisti come Kara Walker utilizzano il disgusto per mettere in luce le ingiustizie storiche e contemporanee, costringendo il pubblico a confrontarsi con realtà scomode.
Se è vero che possono sembrare rappresentazioni di cattivo gusto o troppo spinte per molti, in realtà al centro di questa riflessione si trova proprio la sperimentazione, il superamento dei limiti e quindi del disgusto che sono temi caratterizzanti quest’ultimo secolo, nonché ciò che più incuriosisce noi spettatori: infatti, ci chiediamo fino a che punto si può arrivare, se è possibile spingersi oltre scoprendo nuove tematiche e metodi comunicativi, a prescindere che si tratti di vomito su tela o di atti estremi come l’autolesionismo in virtù dell’arte.
L’arte del Disgusto significa superamento di questi limiti umani tanto da un punto di vista etico quanto da un punto di vista fisico ed estetico; è un’emozione che va indagata e accolta e ascoltata , è anche una delle basi fondamentali dell’espressione artistica odierna: stuzzicante, trasgressiva, intensa, polemica.
In definitiva, l’arte e il disgusto sono legati da un filo sottile ma potente. Mentre il disgusto può inizialmente allontanare, può anche avvicinare, spingendo a una riflessione più profonda. L’arte che provoca disgusto non è solo un’esperienza estetica, ma un invito a esplorare le complessità della vita umana. In un mondo in cui spesso cerchiamo la bellezza e la comodità, l’arte che abbraccia il disgusto ci ricorda che anche le emozioni più sgradevoli possono avere un valore intrinseco e un significato profondo.
Il “bello” e il “disgustoso” sono strettamente connessi in un ossimoro estetico, etico e culturale che rappresenta due facce della stessa medaglia attinenti alla complessità della vita umana e pertanto meritano di essere indagate entrambe.
di Dr. Enrico Exiana,
corrispondente da Selargius (Ca).